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La nostra vita: tra attesa e meraviglia

Aspettare non piace mai a nessuno: in fila o seduti, aspettando il proprio turno.
L’impazienza prende spesso il sopravvento soprattutto perché aspettare diventa snervante e quasi sempre tempo di incertezza, abituati come siamo al “tutto e subito”, a dettare noi i tempi.
L’Avvento si, allora, connota come un prezioso tempo di attesa, e non come un mero aspettare, poiché, pure in un tempo sicuramente non facile come quello della pandemia che ha disilluso il mito della nostra onnipotenza, viene a ri-cordarci, cioè rimettere al centro del cuore, la fecondità e la bellezza del sapere attendere, per imparare a non sprecare nulla del tempo che ci è donato. Guai a pensare l’attesa come un aspettare immobili, uno sterile count down. L’attesa è il tempo dell’imparare ad-tendere, del tendere verso, dell’alzarsi, del camminare incontro.


Tutti vogliamo che cambi qualcosa nella nostra vita e nel mondo che ci circonda, tutti vogliamo, ma siamo disposti ad-tendere questo cambiamento? 


Mi colpisce il personaggio di Abramo. Aveva 75 anni (un tempo che indica una vita già quasi conclusa), eppure si sente rivolgere un invito, che in ebraico suona così: lek-kekà, mettiti in cammino verso te stesso. Abramo è in attesa che realizzi la promessa di un figlio e ciò che gli viene chiesto è mettersi in cammino verso se stesso, scendere nella profondità della sua identità e originalità. L’attesa è, allora, il tempo della ricerca. Quella vera. Quella che ti porta a saper scorgere l’essenziale. Soprattutto quando la vita ci fa correre dietro le cose urgenti che poi sono quasi sempre futili. L’attesa non è ricercare e ad-tendere cose necessariamente nuove, ma cose vere nascoste al fondo di quelle che ci sembrano essere sempre le stesse cose; la novità nascosta nell’apparente routine di una vita che spesso ci fa stancare perché non suscita più nessun stupore o meraviglia. Vivere davvero l’attesa significa non cambiare per forza il mondo, ma mettersi in cammino per cambiare il nostro sguardo, quindi il nostro cuore. Chi ha vissuto l’esperienza dell’innamorarsi sa cosa questo significhi: sembra che tutto sia nuovo e bello, pieno di vita, quando invece è sempre tutto uguale. Ciò che è cambiato è lo sguardo capace ora di lasciarsi meravigliare. Abitare l’attesa significa allora imparare a vivere il nostro tempo e la nostra storia un po’ come il pastore della meraviglia che nei nostri presepi appare così, con la bocca aperta e le mani vuote. È l’unico non indaffarato in tante occupazioni; non porta doni, ma sa accogliere quanto di bello il Mistero del Natale gli ha appena donato: l’incanto e la meraviglia davanti all’amore di Dio fatto bambino. Lui che ad-tende, in realtà, si trova atteso! 

Articolo di Don Giammaria

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