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La Reggia di Caserta: una bellezza senza tempo

Intervista a Ferdinando Creta, Direttore Artistico Museo Arcos di Benevento

La Reggia di Caserta, residenza reale dei Borbone delle Due Sicilie, è uno dei luoghi più suggestivi al mondo e se si parla di bellezza è impossibile non scomodarla. Abbiamo chiesto a Ferdinando Creta, già segretario amministrativo della Reggia di toglierci qualche curiosità su questo straordinario monumento.

Se dovesse indicare una stanza, uno scorcio, un arredo, un dipinto della Reggia che per lei incarna alla perfezione il termine di bellezza, quale sarebbe?

Credo che sia difficile individuare una sola stanza, un solo scorcio, un solo arredo, un solo dipinto che, al di là della Reggia nel suo complesso, incarni alla perfezione il termine di bellezza, semmai è il complesso Reggia nel suo insieme ad esprimere alla perfezione il concetto di bellezza. Filosofi, studiosi, ma soprattutto poeti da sempre provano ad inquadrare il concetto di bellezza in schemi e definizioni, con poca fortuna: la bellezza difficilmente rientra in canoni scientifici riconosciuti, difficilmente è definibile oggettivamente, è invero una percezione soggettiva.

Il concetto di estetica

Il concetto di estetica deriva appunto dal greco “aistesis” ovvero “percepire”. All’idea di bellezza gli antichi Greci associano i concetti di grazia, misura e soprattutto proporzione: un oggetto è bello quando esiste equilibrio, simmetria ed armonia tra tutte le sue parti. L’idea di bellezza della Reggia, secondo la mia percezione, è data dall’equilibrio, dalla proporzione, dall’ordine, dall’armonia che Luigi Vanvitelli riesce a realizzare tra storia, arte e architettura.

Poi, ognuno secondo la propria sensibilità e cultura può preferire un affresco anziché una scultura del parco, il giardino all’inglese e non la fontana di Diana e Atteone, il Teatrino di Corte e non già la Cappella Palatina. Di certo lo Scalone reale – per quanto mi riguarda – rappresenta uno dei più geniali esiti architettonici.

La Reggia è un patrimonio artistico inestimabile, ma è anche simbolo di un’epoca profondamente diversa dalla società contemporanea. Sappiamo, ad esempio, che per costruirla sono stati impiegati schiavi, galeotti e la struttura intera è frutto dei fasti del potere monarchico e delle inevitabili diseguaglianze che lo caratterizzano. 

reggia di caserta, illustrazione rosa lavorgna
La Reggia di Caserta illustrata da Rosa Lavorgna

La Reggia di Caserta è figlia dei tempi in cui fu ideata, progettata e realizzata, risponde alle condizioni sociali e agli ordinamenti giuridici del tempo. A lavorare per la costruzione della Reggia non ci furono solo schiavi, anzi gli schiavi rappresentavano una percentuale piuttosto bassa se pensiamo al totale degli abitanti della Reggia. Le cifre stimate sono 306 lavoratori in condizione schiavile su 3000 casi.

Diseguaglianze nei tempi

Tra il 1753-1763 erano 405 su 2905 persone. Tra il 1764 e il 1768 si contano 360 schiavi su 1805 e tra il 1769 e il 1777 sempre 360 ma su 3005 abitanti totali. Infine, tra il 1774 e il 1779, 360 schiavi su 892. C’è poi da dire, secondo le fonti, che gli schiavi che lavoravano per la costruzione della Reggia non avevano una condizione di vita dissimile ai forzati o ad altri abitanti della fabbrica.

Al di là del fatto che vivevano in un quartiere destinato solo a loro con una cappella per la catechizzazione, le condizioni di vita, per certi versi, non era da lavoratori forzati, tant’è che potevano frequentare la taverna, aver diritto, seppur misero, al vestiario e alle razioni di cibo, nel quartiere esisteva poi l’ospedale di Casanova, utilizzabile, non solo dagli schiavi, ma anche dai lavoratori forzati e dagli altri abitanti della Real fabbrica.

Quelle diseguaglianze appartengono a quel periodo storico, ma credo che ogni periodo vive le sue diseguaglianze. Rimane il dato, infatti, che al tempo stesso nello Stato Pontificio la schiavitù era ancora ammessa, fino agli inizi del XIX secolo seppur in forme che non riusciamo propriamente a definire. All’interno dello Stato pontificio, e non solo, sette anni prima del Congresso di Vienna, esistono ancora schiavi. 

Carlo III commissionò a Luigi Vanvitelli la Reggia di Caserta

Certamente la Reggia di Caserta risponde anche ai fasti del potere monarchico, anche se l’obiettivo di Carlo III che la commissionò a Luigi Vanvitelli, era quello di realizzare una nuova capitale amministrativa del suo regno, un centro ideale del nuovo regno di Napoli, ormai autonomo e svincolato dall’egida spagnola, in un territorio più sicuro e meno aggredibile via mare. I lavori di costruzione furono solennemente inaugurati il 20 gennaio 1752, lo stesso giorno del compleanno del Re Carlo III e furono necessari più di 50 anni per completarli.

In che modo pensa che questo monumento possa collocarsi nel futuro, in un’ottica di progresso, sostenibilità, cultura, uguaglianza?

Credo che la Reggia di Caserta dalla nascita si sia collocata nel futuro nell’ottica di progresso, sostenibilità, cultura e uguaglianza: è stata, è e sarà il monumento per eccellenza. Patrimonio Unesco dal 1997, è una delle meraviglie dell’umanità.

La Reggia è stata pensata e progettata in quell’ottica e in quell’ottica va organizzata e gestita. L’autonomia acquisita con la riforma Franceschini consente al management di progettare e realizzare interventi adeguati alla corretta proiezione del monumento negli anni a venire.

Piano Strategico “Grandi progetti beni culturali”

Il bando di gara pubblicato da Invitalia per la progettazione integrata di “Reggia in arte e design”, nell’ambito del Piano Strategico “Grandi progetti beni culturali”, intende sperimentare proprio un programma culturale ispirato alla sostenibilità in tutte le sue fasi, dall’ideazione del progetto architettonico fino alla definizione delle modalità di utilizzo e gestione degli spazi.

Se quest’indirizzo sarà rispettato e la dirigenza sarà capace di governare i processi gestionali di una Reggia spazio vivo e non semplice luogo da visitare, allora il monumento avrà un futuro nell’ottica che tutti auspichiamo: progresso, sostenibilità, cultura, uguaglianza.

Articolo di Giusy Parente

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