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Durante l’ultimo anno e mezzo l’aggettivo “positivo” è stato usato soprattutto in accezione medica, e dunque, negativa. Si stima però che, se il piano vaccinale procederà come da programma, per il 25 giugno 2021 l’infezione da Covid-19 avrà la stessa percentuale di mortalità dell’influenza stagionale.

Abbiamo tre mesi esatti per reimparare ad utilizzare l’aggettivo positivo nel suo significato più bello: positivo nel senso di buono, utile, vantaggioso, fruttuoso, costruttivo, efficace!

Non sarà semplice dimenticare, né elaborare collettivamente quanto ci è successo, ma è tempo di ricominciare. Quando si ricostruisce bisogna recuperare il materiale, rivedere i progetti originari, imparare dal crollo, insomma, sfruttare al massimo le macerie. In questo articolo ripartiremo dalle macerie, raccogliendo alcune delle “cose positive” che, secondo noi, questa pandemia ci ha fatto comprendere, scoprire o riscoprire e che speriamo di conservare nell’avvenire.

Una cosa che è cresciuta e che migliorerà di certo il nostro stile di vita è la consapevolezza sulle modalità di contagio delle infezioni respiratorie. Con tutta probabilità vedremo molte meno persone starnutire bellamente in traiettoria di qualcun altro o riutilizzare varie volte lo stesso fazzolettino di carta.  Ora Sappiamo bene il rischio che si corre nel toccare oggetti pubblici per poi mordersi le unghie o strofinarsi gli occhi senza lavarsi le mani. Chissà che non inizieremo ad indossare una mascherina quando beccheremo il raffreddore per rispetto della salute altrui.

Nei periodi in cui siamo stati costretti a limitare le nostre uscite, ci siamo guardati intorno, abbiamo imparato a ridisegnare il nostro spazio vitale e a scavare nelle nostre risorse personali.

Qualcuno ha ridipinto le pareti da sé, scoprendo che non è poi così difficile, qualcun altro ha riposizionato l’arredamento, ridecorato mobili, appeso quel quadro che voleva appendere da due anni. Insomma, ci siamo accorti che uscire è bello, ma curare il proprio nido con le proprie forze dà soddisfazione.

Qualcuno ha imparato l’antica arte della panificazione, della pasta fatta in casa, a far lievitare la pizza. Abbiamo imparato ad attendere, ad avere pazienza, perché comprare una pizza è semplice e veloce, ma guardare lievitare la propria è un dolce e lento piacere. Anche lo sport è diventato casalingo, abbiamo scoperto che per allenare il proprio corpo non sempre è necessario una palestra con mille attrezzi, conta davvero la buona volontà.

Abbiamo accorciato le distanze in tutti i modi in cui si potevano accorciare.

Abbiamo lavorato dal tavolo della cucina e molte aziende si sono accorte che far recare i dipendenti tutti i giorni in ufficio era uno spreco di tempo e risorse. Abbiamo stappato bottiglie di spumante su Zoom, pregando con tutto il cuore che fosse l’ultima volta. Abbiamo scoperto la didattica a distanza e abbiamo capito che, mentre fino alle scuole superiori non è una prospettiva attuabile, per la formazione universitaria e post-universitaria è una grande opportunità per chi non ha i mezzi economici per spostarsi o trasferirsi e, dunque, presidio di uguaglianza!

Abbiamo visto persone avere fame d’aria e sanitari imbacuccati negli scafandri che gli portavano ossigeno. Quello che non dovremo mai dimenticare è che la scienza e la medicina sono al servizio della collettività. Sono tra le attività che più di tutte esprimono la cura per il prossimo. I sanitari sono coloro che ci prendono e, grazie alle loro competenze, ci alleviamo il dolore o ci strappano via alla morte. Ci ricorderemo di rispettare il loro lavoro e di pretendere che vi siano giusti investimenti per fare in modo che vengano garantite a tutti le giuste cure, perché mai nessuno debba più avere fame d’aria.

Ci daremo più pacche di incoraggiamento sulle spalle, più pizzicotti sulle guance, più carezze sulla testa, più strette di mano di conoscenza, più abbracci; perché da marzo 2020 abbiamo dovuto smettere di farlo e, anche il più scostante degli uomini, ha dovuto riconoscere che il contatto è importante. Il contatto ci ricorda che non siamo soli, che il nostro corpo è della stessa materia di quello degli altri e che toccare qualcuno ha il potere di trasferire sicurezza, simpatia, timore, comprensione, rabbia, entusiasmo e tutta la gamma di sensazioni ed emozioni che vivono nella nostra anima, di cui ci nutriamo e nutriamo gli altri.

La famiglia è ritornata ad essere il punto di riferimento, il nucleo dell’atomo che nemmeno il virus è riuscito a dividere.

Qualcuno aveva dimenticato quanto fosse importante, così preso dalle cose esterne. Ci ricorderemo che i legami sono tutto ciò che abbiamo e che magari famiglia è anche il vicino di casa che ci ha fatto la spesa quando eravamo in quarantena, il coinquilino con cui dividiamo l’appartamento, l’infermiere della RSA dove è ricoverato il nostro anziano parente.

Quello che mai dovremo dimenticare, però, è l’abilità che tutti noi abbiamo dovuto sviluppare: trovare soluzioni alternative per riscoprire la bellezza. Impedire che la difficoltà ci travolga, cercare l’opportunità nella disgrazia. Inventarci, reinventarci, dimenticare le certezze e saper vivere lo stesso in equilibrio, con lo sguardo verso il futuro e un pugno di macerie in tasca, per non dimenticare chi non ce l’ha fatta.

Articolo di Giusy Parente

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