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Storie brevi e lunghe ci fanno prossimo nel bisogno, pari nella diversità, vicini nelle distanze, armonizzando vissuti scelti per noi e non direttamente da noi cercati, piuttosto capitati. Ecco che l’aiuto prende forma, il supporto si costruisce, la creativa capacità di esserci si ingegna.

Nasce una storia con il nome di tanti volti passati per caso nella vita, che autenticano e testimoniano le scelte e le casualità che conducono il cammino a diventare sé stessi, tra unicità e specularità del tempo in cui esso si consuma.
Ogni giorno è l’occasione giusta per riconoscere i segni di bene e non, per elaborare momenti importanti, soprattutto quelli difficili, circostanze precise, persone indispensabili e uniche, senza stipare nel cassetto della sterilità doni di inevitabile vita e indicibile forza.

Casualità e scelte ci costituiscono come occasione e attesa, per sè stessi, per l’altro che bussa e che passa. È la vita, geneticamente e genealogicamente generata e ricevuta, a farci impasto di radici, espresse per scelta, tra dono e accoglienza, gratitudine e riconoscenza. La reciprocità è l’unica via per diventare meridiani e paralleli dei nostri giorni. La miglior risposta è la domanda dell’altro che spiega e fonda il senso dell’esserci. La reciprocità allena gli occhi all’attenzione e al non giudizio, il cuore alla sensibilità, le mani all’operosità, le orecchie all’ascolto e al rispetto, i piedi all’accompagnamento, elaborando e costruendo la specificità di ogni tratto personale, umano, morale, professionale, sociale, spirituale.

Reciprocità nella vita quotidiana

È il potere dell’ascolto vero a dare supporto. È l’audacia di un gesto sincero che consegna empatia e continuità nel circostanziale spazio del vivere quotidiano. È la delicatezza impastata di coraggio, che non si fa i fatti suoi quando di mezzo c’è la vita di chi incontro, interlocutore e attore del mio presente. È la voce prestata, che grida nel petto di vite infrante, sulla bocca di balbettanti deliri o di indifferenti e freddi silenzi. L’incontro ci rende intermediari e traghettatori di buone notizie, di slanci di coraggio, porto sicuro. Non è l’esistenza di “un debole e un forte”. Sovvertirne l’idea è urgente, disilludersi dall’errata e ingiusta motivazione, evitando soglie di sbarramento, aprendo varchi pedonali in cammino l’uno per l’altro.

La dicotomia, così, viene meno, perché a dare forza è sempre la fragilità! Don Tonino Bello direbbe l’importante “armonia delle differenze” che ci fanno “occasione di incontro”, dispiegando il volo con “l’Ala di riserva”, sapendo di non trovarsi soli nelle strade della vita. Quantificare non è l’autentica disamina dei segni di bene, se motivata dal tornaconto. L’opera di bene fine a sé stessa, pulisce la coscienza ma svuota e impoverisce ancor più l’uomo. Per ricercare solo il profitto, la gratuità è diventata marginale, o peggio ancora, ridicolizzata. Essere produttivi è diventato un valore. L’efficienza alla base di ogni rapporto e relazione.

Su quale principio basiamo la domanda fondamentale della vita? È bastato il covid a spiegarcelo: chiusi in casa, la domanda era solo la necessità di incontrarsi, ma giuridicamente impossibile. Quel tempo ha fermato l’uomo davanti a sé stesso. Purtroppo, anche l’esistenza terrena di tanti uomini e donne. Si pensava che ci cambiasse e fermasse il disordinato e troppo indifferente modo di vivere.
Per alcuni versi ci ha resi un po’ peggio di prima, motivando con la stessa la distanza e la disgregazione, indisposti a riconoscersi l’uno per l’altro. Disegniamo i contorni e coloriamo i contenuti raccogliendo la molteplicità di esperienze. La partita doppia del nostro presente non cadrà mai in pareggio, se saremo disposti a perdere, per ritrovare il molto di quel poco che diamo, giorno per giorno.

Ecco l’inedito da dare, l’inciso da ricevere! La vita dell’altro porta anche il tuo nome. I doni dati e ricevuti corrono veloci agli occhi. I secondi superano di gran lunga i primi. Che i primi possano essere sempre pronti a moltiplicarsi quando a bussare sono “gli ultimi”! Perché ultimi lo siamo tutti! Io non sono, infatti, la poesia o la filosofia – ironicamente detta così, non avendone capacità e titolo – delle parole qui messe insieme, ma l’esperienza da cui nascono. Io sono solo il frutto di un pensiero insito nel vissuto dei miei giorni, trascritto come regola di vita, scelta come possibilità di inedito, attraversando il buio, ritrovando la luce, spesso, con gli occhi, la testa, le mani e i piedi dell’altro. Faccio, allora, mie le parole di Nicolò Fabi, dal testo di una sua canzone: Io sono l’altro.

Io sono l’altro / Puoi trovarmi nello specchio / La tua immagine riflessa / […] / Sono l’ombra del tuo corpo / Sono l’ombra del tuo mondo […] / Quelli che vedi sono solo i miei vestiti / Adesso facci un giro e poi mi dici. / E poi…”

Articolo di

Giancarlo Pellegrino

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